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I PAES  A NORD DI TRENTO, GARDOLO e MEANO

 

Il vecchio campanile

GARDOLO

 

Cinque chilometri a nord di Trento si arriva a Gardolo, un grosso comune di quasi 7000 abitanti, collegato con le propaggini industriali di Trento quasi senza soluzione di continuo, il nucleo antico del paese si appoggia al bordo del monte, lì dove decorreva la vecchia strada. La nascita di Gardolo si ritiene possa risalire all'incirca il 1200. Parrebbe che il suo nome derivi dal latino Gardula a dire della piccola torre che dovrebbe essere esistita un tempo sull'adiacente terrazzo dal quale si domina tutta la vallata dell'Adige da San Michele a Mattarello. Un ammasso di sassi, tutt'oggi esistenti, ci ha tramandato il pensiero della probabile costruzione. Circa il nome di Gardolo è stata ventilata

l'idea che essa possa avere origine gallica cioè da <Garda Eolo>, guardia dei venti, per i venti che hanno sempre soffiato e soffiano tutt'ora con persistenza in zona, quali l'Ora del Garda. La Prima pietra della nuova chiesa venne posta nel 1885, con l'intitolazione alla Visita della Madonna a Santa Elisabetta. Alla realizzazione dell'opera concorrono il Conte Melchiorre di Lavis mediante la concessione del terreno occorrente. Poco dopo la vecchia chiesa ( di cui si vede nella foto sopra il campanile) venne abbandonata; dapprima usata come magazzino militare dalle truppe Austriache, infine, demolita per far posto al fabbricato che c'è adesso. Rimane sempre l'antico campanile gotico con le sue due campane che continuarono a suonare per conto della nuova chiesa fino all'inizio della Grande Guerra, quando vennero requisite dagli austriaci insieme a tante altre di svariati paesi per "convertirle" nelle loro fabbriche di cannoni. Sul vecchio campanile non rimase che l'orologio, con il suo grande quadrante murale a scandire lentamente il passare delle ore. Il campanile venne poi riabilitato da Napoleone che, nel 1796, volle salirvi per farsi una idea strategica dei luoghi vicini, teatro della imminente battaglia con l'esercito austriaco nelle campagne di Spini di Gardolo, a ridosso dell'argine sinistro del torrente Avisio. La piana di Gardolo è il risultato di

 

La chiesa nuova di Gardolo

 

continue alluvioni e di laboriose bonifiche cosparse di fatiche per strappare terra coltivabile alle piene del fiume. Due grandi memorabili alluvioni provocate dall'Adige furono quelle del 1856 e del 1882. Dopo quest'ultima il governo Austriaco, con una serie di imponenti lavori, provvide ad arginare il fiume fino al confine di Borghetto. Si attuò poi la bonifica del letto dell'Adige con l'asportazione della ghiaia dall'alveo, mediante una grandiosa draga alle foci del Noce e dell'Avisio. Allora non esistevano centrali elettriche che con le loro dighe potessero in qualche modo regolare l'irruenza e i corsi dei due torrenti, sempre rovinosamente attivi, scaricavano nell'Adige una enorme quantità di ghiaia. Dalle cronache di allora si ha un quadro veramente impressionante dei disastri e dei danni provocati, all'agricoltura e alle abitazioni, ai campi, vigneti e prati allagati, alle case allagate e al bestiame affogato. Alle alluvioni storiche ne è seguita una di recente veramente disastrosa. Pioggia ininterrotta per svariati giorni, turrenti in piena che versano le loro acque nell'Adige. Il fiume accolse e trattenne finchè potè quell'urto, ma poi stracolmo all'inverosimile ruppe gli argini, prima a Roncafort e poi a Ravina. Ere l'11 novembre del 1966. L'acqua anche allora, sommerse campagne e case su quasi tutta la piana, a nord della frazione di Melta fino al cimitero di Gardolo; tutta la piana di Roncafort e poi quella di Campotrentino fino ad invadere la città. Pauroso il momento in cui l'acqua si infiltrò, fino a sommergerlo, nello stabilimento della SLOI. Sembrava di assistere ad un continuo e pauroso bombardamento in quanto l'acqua, raggiunto il deposito del sodio, provocò lo scoppio in serie dei barili che lo contenevano. Ma ritornando a Gardolo, la popolazione è stata sempre prevalentemente agricola, per lo più masadori insediati in grandi caseggiati rustici in mezzo ai campi ed abituati a lavorare sodo dall'alba al tramonto. In quanto possibile essi hanno esercitato anche l'allevamento, ma parte dei vitelli, capretti, agnelli e conigli, dovevano essere consegnati al padrone. I lavoratori della terra potevano tenere per se parte del raccolto, ma non ricevevano alcun salario; quei pochi soldi, di cui la famiglia poteva disporre, provenivano dalla vendita di verdure in piazza delle Erbe a fianco della farmacia Gallo, in piazza Alessandro Vittoria o in piazza Garzetti a Trento. Ai masadori era in oltre consentito l'allevamento dei bachi da seta, attività dalla quale traevano sollievo al bisogno pecuniario della famiglia. Conducevano una vita grama, di disagi, in condizioni non di rado funestate da alluvioni, carestie, siccità e malattie delle piante.

 

Foto di Gardolo, cliccando sulle immagini queste vengono ingrandite

Il centro storico del sobborgo si situa ai piedi del monte sul corno della Roggia che scende dalle aspre e selvagge "Ponte del Diaol", stretta tra i robusti muraglioni di pietra, la prima parte ai piedi della vecchia chiesa del villaggio e poi, per buon tratto di cemento armato, a dirigersi a ponente, per sfociare nell'Adige. Quì si raggruppa il vecchio nucleo in due settori. I Cantoni a mezzogiorno, I Porteghi a settentrione, con a levante dietro le spalle, le rupi calcaree delle Loggie che separano Gardolo dal Riano da Gardolo del Mezzo e Gardolo Superiore, già sede del castello medievale che da il nome ai detti abitanti. La zona bonificata del piano, verso mezzogiorno e, a settentrione dai detriti dell'Avisio, che costringe il fiume a una lunga ansa, verso i basamenti della Paganella, formano un avamposto incuneato nella valle. Negli anni '30 la zona di Gardolo si industrializzò: sorsero la Ferriera, la Galtarossa, la SLOI e la Caproni. L'economia, la vita sociale subì un violento impatto: gli uomini abbandonarono il lavoro dei campi, i lavori artigianali per trasformarsi in operai. Le donne andavano a lavorare a Trento, alla <Michelin> o nelle aziende ortofrutticole, i giovani andavano nel cortile delle scuole a fare gli esercizi ginnici, preliminari del sabato fascista. Nel dopoguerra chiusi i vecchi stabilimenti, il territorio fu preso d'assalto dalla nuova industrializzazione e terziarizzazione: da nuovi stabilimenti come la IRET agli Spini, la zona industriale a Lamar e così via sperando che in futuro questo sobborgo riesca a mantenere un suo equilibrio senza che venga scardinato urbanisticamente e socialmente.

 

 

MEANO
 

Bel portale, ingresso parco a Meano

MEANO

 

A nord di Trento, sui fianchi del Calisio, di fronte alle cime della Paganella il territorio di Meano, una serie di terrazzi che compongono un piccolo altopiano affacciato sulla Valdadige, ha rappresentato nei secoli una realtà ricca di storia e di presenza umana. Di qui passava il ramo princi­pale di una strada romana, la Claudia Augusta Padana, che risalendo da Porata Aquileia (Port' Aquila) dove si incrociava con la Altinate, raggiungeva Martignano, scendendo poi a Gardolo di Mezzo (nei pressi del quale è stato trovato un tratto di acciotolato), per giungere a Meano e proseguire verso l'Avisio, varcandolo a San Lazzaro, dirigendosi al nord. Paese quindi di antichissima origine, luogo di ritrovamenti preistorici e romani. Sino al 1928, quando venne annesso al Comune di Trento, il territorio 

di Meano ha sempre fatto parte di una Comunità che comprendeva Gardolo di Mezzo, Cortesano, Vigo, Meano, Gazzadina e San Lazzaro. Ma quest'ultima frazione, divisa com'è da Lavis solo da un ponte, è sempre gravitata sul centro allo sbocco dell' Avisio, mentre Gardolo di Mezzo, da cui si è sviluppato Gardolo in pianura (come abbiamo avuto modo di chiarire parlando di questo sobborgo) fa un po' storia a sè. La nostra attenzione verterà quindi soprattutto sugli altri abitati che si distribuiscono ad un' altitudine che va dai circa 350 metri di Meano ai 565 di Cortesano. Meano è nominata in un placito dell'845, col nome di Miliano; forse il suo nome risale a Meàn, la dea dei Mani, ovvero delle anime dei morti, che in epoca romana vi aveva probabilmente un culto. Il Muratori nelle sue «Antichità Italiche» ci fa sape­re che Meano, assieme a Pressano e Albiano (il suffisso in ano, latinamente   anum ci indica chiaramente le origini romane di questi paesi) già nel '845 era una comunità libera. Una notizia importante, riferita dal massimo storico italiano del 1700. Le origini del nome Vigo sono chiaramente da riferirsi al latino «vicus», ossia villaggio; Cortesano deve il suo nome a «Curtis sana», ovvero corte salubre. Nella «corte» il principe riuniva periodicamente il suo rappresentante a riscuotere le tasse e amministrare la giustizia. È probabile che ciò avvenisse nel luogo dove poi sorse il castello. Quanto a Gazzadina la parola «gaggio» significa bosco tagliato; San Lazzaro infine deve il suo nome all' ospizio dove venivano ricoverati i lebbrosi. La chiesetta è ricordata nel 1376, l'ospizio è del 1237.

 

 

La cartina di Levico Terme

LEVICO

Al Boivin spazio
alla cucina
di Maigret

 

 

E'più di dieci anni che Riccardo porta avanti nel ristorante Boivin di Levico, al piano terra dell'Hotel Romanda (in un inedito arredamento di pareti grezze e arazzi ricamati) gestito da quattro generazioni dalla famiglia, e nel tempo è riuscito a ritagliarsi uno spazio a sé nel panorama gastronomico provinciale puntando ad una ricerca tra sperimentazioni e piatti di varia provenienza. La caratteristica di Riccardo è quella di non essersi mai adagiato o fissato su una cucina in particolare. No, da persona curiosa e sensibile qual è, anche su altri fronti,Riccardo ha fatto della sperimentazione e della fantasia la sua fede in cucina. Non a caso quello che il Boivin propone in questi giorni è un'idea tanto accattivante quanto originale: ispirandosi alle celebrazioni per il centenario di nascita di Simenon, l'autore di Maigret che con la cucina aveva un rapporto speciale, per un mese ci sarà a disposizione un menù che alle ricette preferite del commissario si rifà. Qualche esempio? Fino al 15 giugno la scelta è a base di gallina stufata in gelatina, zuppa di cipolle gratinate, blanquette de veau (spezzatino di vitello in bianco), crem au caramel e torta di riso. Il menù non è proposto a caso, ma con citazioni letterali dal libro di Robert j. Courtine "A cena con Simenon e il commissario Maigret. La classiche ricette dei bistrot francesi secondo madame Maigret" ristampato in occasione dell'anniversario. L'omaggio a Simenon non finisce qui. Prossimamente si potrà gustare il menù accompagnati da musiche che all'autore francese si addicono, con il Martin Jazz Ensemble. Da non dimenticare che sul fronte delle bevande, la scelta è particolarmente attenta e offre sia vini nazionali che francesi: alsaziani, della Loria e Bourdeaux. Tornando alla cucina del Boivin, l'offerta non si limita ovviamente alla cucina di Maigret. In questo periodo bollono in pentola anche altri menù che i clienti potranno scegliere in alternativa a quello francese, o scambiando gusti e sapori di uno e dell'altro. In questo periodo, perché le proposte dello chef Riccardo e del suo staff seguono rigorosamente i prodotti stagionali, l'alternativa altrettanto originale è il menù dei fiori. Si tratta di piatti tutti aromatizzati o con ingredienti base di fiori, in piena fioritura di questa stagione. Si parte dalla misticanza di erbe aromatiche e fiori, con crostone di burro all'Alliaria (una pianta al sapore di aglio), per poi passare al classico fiore di zucchina ripieno di un'inedita crema di caprino. I primi spaziano dal risotto al Fiorancio alle tagliatelle con asparagi e gamberetti al profumo di sambuco, per completare con un filetto di maiale ai fiori di tarassaco o, in alternativa, con la trota alla crema di zafferano. I vini che accompagnano questo menù sono della Cantina Endrizzi di San Michele all'Adige, per un prezzo tutto compreso di 36 Euro. Per la cucina di Maigret si spendono 30 Euro.


 
Consigliato il : Radicchio di Treviso

fritto con crema di zucca e fegatini

 

Ingredienti per 4 persone: mezzo cespo di radicchio a testa, 1 kg di zucca gialla, 200 g di fegatini di volatile (pollo, anatra, faraona) o di coniglio, mezzo bicchiere d'olio d'oliva, 50 g di burro, sale, pepe, qualche seme di cardamomo, aceto balsamico tradizionale di Modena; per friggere olio di semi di arachide, acqua e farina. Procedimento: cuocere la polpa di zucca al vapore, ridurla in crema ed insaporirla con sale, pepe, cardamomo macinato ed olio d'oliva, facendola cuocere in padella a raggiungere la consistenza desiderata; dividere i cespi di radicchio in quarti, lavare ed asciugare bene, immergere in una pastella preparata con farina bianca, sale ed acqua gelata. Scolare l'eccesso di pastella e friggere il radicchio nell'olio bollente, scolare su carata assorbente. Preparare i piatti con radicchio fritto da un lato e la crema di zucca dall'altro, scaldare il burro in padella e rosolare dolcemente i fegatini, condendoli con sale e pepe; disporre i fegatini caldi sulla crema.
 

Gli scavi

TRENTO

 

Una tomba del sesto-settimo secolo, realizzata con la pietra rossa di Trento, ad un tiro di schioppo dalla vecchia cinta della Tridentum romana. L'importante scoperta è stata fatta durante i lavori di ristrutturazione del giardino interno dell'antica Casa Lodron, lo storico palazzo affacciato sulle centralissime piazze Pasi e Lodron. All'interno, due scheletri perfettamente integri "salvati" - con ogni probabilità - da un'antica alluvione che ha scoperchiato la tomba preservando il suo interno. La tomba è l'ultima sorpresa che Palazzo Lodron ha lasciato al servizio Beni archeologici della Provincia e ai responsabili del restauro. Già all'inizio dei 

Già all'inizio dei lavori, un paio d'anni fa, vennero trovate tracce di un'abitazione romana, della strada antica e di un pezzo del primo muro di cinta che duemila anni fa proteggeva l'antica Tridentum. In realtà ci si poteva aspettare di trovare delle strutture sepolcrali  e i tecnici lavorando nel cortile meridionale del palazzo, nell'area immediatamente esterna ai muri della città antica l'hanno trovati. Circa un mese fa, quando sono iniziati i lavori nel cortile interno, erano stati trovati dei resti di alcune botteghe risalenti all'ottavo e decimo secolo, ma si trattava soltanto di tracce di strutture in legno e focolari. Poi, scendendo più in profondità, ecco affiorare la tomba: una struttura sepolcrale povera, senza corredi ed oggetti di accompagnamento, senza coperchio ma con all'interno due scheletri in ottime condizioni. Secondo una prima ricostruzione, pare che il coperchio non sia stato asportato durante qualche razzia (altrimenti gli scheletri sarebbero rimasti danneggiati) ma più probabilmente sia stato trascinato via da una alluvione che ha però "graziato" i resti umani all'interno della tomba coprendoli di terriccio. Ora saranno i tecnici di una ditta mantovana ad eseguire, per conto della Provincia, tutti i lavori per mettere al sicuro la preziosa scoperta. Non è escluso che proseguendo con i lavori nel cortile esterno non si possano trovare altre strutture sepolcrali, anche perché la tomba è stata trovata a circa due metri dal secondo muro di cinta, quello più recente, mentre ci si aspettava di trovarne proprio a contatto con il muro.
Ecco dunque che sotto Palazzo Lodron riaffiorano altri importanti frammenti di storia. Questi ritrovamenti ci permettono di ricostruire, tassello dopo tassello, le abitudini degli abitanti dell'epoca, tra il sesto e l'ottavo secolo. Si tratta di un periodo particolare, tempo di migrazioni barbariche e di mancanza di un vero governo cittadino. E' la fase in cui parte della città viene abbandonata, favorendo insediamenti in zone fino a quel tempo poco frequentate. Trento vive una fase di crisi, ed è possibile pensare che lì, proprio a ridosso del secondo muro di cinta, ci siano delle tombe sparse a piccoli nuclei. Sono i secoli del passaggio dall'età romana ad un potere ecclesiastico, epoca di grandi cambiamenti. Come detto, la tomba romana trovata nel cortile interno non è l'unico tesoro di Palazzo Lodron. Durante i primi lavori di scavo era affiorato infatti un pezzo importante della vecchia strada romana oltre ai muri di botteghe ed abitazioni. I resti della casa romana sono ad una decina di metri dalle mura della città che ora affiorano dal terrapieno di base dell'edificio e su cui si erge il muro perimetrale verso sud. Le mura sono evidentissime nella loro già nota composizione: si tratta di due muraglioni accostati per uno spessore totale di due metri ed 80 centimetri. Quello esterno è il più recente perché risale al terzo - quarto secolo dopo Cristo, al periodo in cui la città aveva dovuto rafforzare le proprie difese dalle invasioni barbariche. Ed è proprio su questo tratto esterno che si regge il palazzo. Una conferma che la difesa dell'antica Tridentum «partiva» dalla sponda dell'Adige nella zona dell'attuale torre Vanga per arrivare, lungo via Rosmini, all'attuale facoltà di giurisprudenza da dove ad angolo retto «girava» verso est tagliando piazza Duomo ed arrivando, sotto l'attuale palazzo Lodron, fino a via Mantova. Qui le mura si dirigevano verso nord sotto piazza Battisti e lungo il vicolo del Vo per tornare all'Adige.

 

 

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